di Pino Tosca
La storiella durava almeno da tre anni. Una buona fetta della gerarchia ecclesiastica spagnola da tempo stava premendo affinché, nel clima meaculpista inaugurato, non da oggi, da Giovanni Paolo II, si arrivasse non solo ad una condanna del defunto regime franchista, ma della stessa Chiesa di Spagna, per il comportamento tenuto durante la guerra civile del 1936/39.
Sul banco degli imputati storici doveva sedere la Conferenza episcopale dell’epoca, colpevole, di aver pubblicato la “Lettera ai vescovi del mondo”, apertamente in sostegno delle truppe “nazionali” che si battevano contro i rojos. Quella lettera venne scritta nel ’37, ad un anno dall’inizio della guerra, quando era stato ampliamente dimostrato che l’hobby preferito dai repubblicani era quello di trucidare religiosi e di instaurare un regime fondato sul Terrore ateista.
Ma questa volta alle candide colombe progressiste è andata male. Nonostante il clima giubilare, propizievole ai “pentimenti” più assurdi, La Chiesa spagnola ha detto che la misura era colma e che non ci si poteva scusare per non essersi fatti scannare in massa. Il cardinale Antonio Maria Ruoco Varela, arcivescovo di Madrid e presidente dei vescovi iberici, è stato esplicito: «Non è giusto né opportuno che la Chiesa chieda perdono per il ruolo che ha svolto durante la guerra civile spagnola. Anche la Chiesa fu vittima». Questa secca presa di posizione è stata avallata dallo stesso Nunzio apostolico in Spagna, Monsiguor Manuel Monteiro de Castro.
È la prima chiara, rivolta in controtendenza culturale. Del resto, non era stato proprio Giovanni Paolo II a beatificare un migliaio di martiri spagnoli uccisi durate la Cruzada del ’36, iniziando, il 22 marzo del 1986, a dichiarare beate le suore carmelitane ammazzate a Guadalajara? Lo stesso cardinale Ruoco Valera ha dovuto occuparsi di altri mille processi di beatificazione attualmente in corso riguardanti i cattolici, preti e laici, massacrati da comunisti e anarchiciper puro odio religioso.
La cifra totale dei cattolici laici ammazzati dal ’34 (la matanza iniziò, infatti, due anni prima dell’Alzamiento) in poi non potrà mai essere appurata con esattezza, ma gli.ecclesiastici martirizzati si sa che furono 6.832 : 4184 del clero secolare (tra cui 11 vescovi e moltissimi seminaristi), 2365 frati e 283 suore. Come ha scritto lo storico liberal inglese, Hugh Thomas (il più accreditato specialista sugli eventi spagnoli) nella sua monumentale opera, la nazione iberica assistette in quegli anni “alla più spaventosa persecuzione anticristiana che il mondo abbia visto dall’epoca di Diocleziano”. Nel 1931, le sinistre presero il potere e tre anni dopo, durante le sommosse asturiane, si ebbe la prova generale di ciò che doveva accadere. Nel giro di due o tre giorni, l’odio anticattolico portò all’incendio di 58 chiese e all’uccisione di 12 sacerdoti, 7 seminaristi e 18 religiosi. In certe diocesi, come quella di Barbastro in Aragona (il cui vescovo è stato canonizzato nel ‘97) venne massacrato 1’88 per cento del clero. Eppure, ci furono, tre anni fa, diversi giornali che ebbero la stomachevole spudoratezza di asserire che quei sacerdoti erano stati assassinati dai franchisti. Come già era accaduto nel Messico massonico, furono barbaramente massacrati giovani cattolici solo perché portavano al collo un piccolo crocifisso o perché avevano pronunciato il tradizionale saluto adios. Quell’orrendo massacro, durato anni, non ha mai interessato né il giudice Garzon né i “tribunali dei crimini contro l’umanità” e nessuno degli assassini è mai finito sotto processo nelle nazioni che li ha ospitati e mantenuti dopo il ’39.
Nessuno ha voluto ricordare le suore salesiane di Madrid, tutte violentate e finite a colpi di bastone, dopo l’incendio del loro convento. Nessuno ha mai commemorato il parroco di Navalmoral sottoposto allo stesso supplizio di Cristo: prima flagellato con un palo legato alla schiena, poi coronato con filo spinato e infine ammazzato. Nessuno ha mai pianto sulla sorte di Don Diaz de Moral, rinchiuso in un recinto di corrida pieno di tori da combattimento che lo calpestarono e incornarono a morte, ed a cui venne poi tagliato un orecchio, come usa fare il matador con il toro. Né Emma Bonino né Carla Del Ponte hanno mai rievocato la sorte di quella vecchia madre di un gesuita, soffocata con un crocefisso incastrato in gola, né quella dei tantissimi preti arsi vivi o sepolti vivi dopo essere stati costretti a scavare la fossa. Nessuno dei nostri “umanitaristi” ha rievocato il massacro nel convento dei Carmelitani di Barcellona, in cui furono massacrati, dopo la resa, i giovani militari del reggimento di cavalleria: il colonnello e sette ufficiali furono trascinati in strada e letteralmente squartati.
Né il cardinal Martini né il “cattolico” Oscar Luigi Scalfaro ha mai rievocato la sorte del cattolico comandante Antonio Rebelledo, il quale, dopo essere stato torturato, venne gettato, ancor vivo, in una gabbia dello zoo di Barcellone e dato in pasto ai leoni. Né le migliaia di evirazioni e accecamenti pubblici, né i dodicimila massacrati nell’olocausto di Paracuellos, né il diseppellimento delle salme delle monache di clausura per essere esposte al dileggio della piazza Rossa. Ad alcuni cattolici “nazionali” toccò di venire legati vivi a dei cadaveri e lasciati morire così, esposti al sole, sino alla decomposizione di entrambi. Le ostie consacrate venivano regolarmente sottoposte a oltraggi che avrebbero fatto impallidire il più scatenato dei satanisti. .
“Mai nella storia d’Europa e forse in quella del mondo, si era visto un odio così accanito per la religione e i suoi uomini”: è sempre Thomas, a parlare. Un testimone oculare insospettabile, perché antifalangista e schierato col centro-sinistra dell’epoca, Salvador de Madariaga, dichiarò: “Nessuno che abbia insieme buona fede e buona informazione può negare gli orrori di quella persecuzione: per anni bastò il solo fatto di essere cattolico per meritare la pena di morte, inflitta spesso nei modi più atroci”. E difatti si arrivò al tragico paradosso che al fronte mancava la benzina, impiegata in modo massiccio per l’incendio di chiese, uomini, opere d’arte e antiche biblioteche religiose. “Un genocidio cieco e insensato, un disastro anche cultuale cui solo la vittoria dei “nazionali” pose termine” ha scritto Rino Cammilleri sul Giornale. “I ceti medi democratici e gli intellettuali illuminati chiusero ostinatamente occhi, orecchi e bocca dinanzi ai delitti perpetrati a Madrid e Barcellona” ha denunciato Franco Cardini citando un bellissimo romanzo di Bruce Marshall –La sposa bella– che mette il dito accusatorio sull’acquiescenza borghese di frontei al terrore anarchico e comunista, come già aveva fatto l’inglese Roy Campbell, che non si era limitato a scrivere, ma era sceso in campo con le armi in pugno dalla parte della Falange e del Carlismo. E così, per restare sul terreno letterario, non si possono dimenticare certe pagine di Hemingway (che stava coi rossi) in Per chi suona la campana., che, però, l’edizione italiana curata in modoindegno dal comunista-ex fascista Elio Vittorini, ha pensato bene di censurare: “E vidi il parroco, con la veste rialzata, arrampicarsi sopra una panca, e i suoi inseguitori lo colpivano, tagliuzzandolo con falci e coltellacci, e ad un tratto qualcuno gli afferrò l’abito e udii un alto grido, e vidi due uomini che gli affondavano le falci nella schiena mentre un terzo lo teneva fermo per l’orlo della veste, e il parroco alzò le braccia al cielo e cadde su una sedia che si ruppe. E io ed un ubriaco cademmo sul selciato che puzzava di vino versato e di vomito”.
Con il meaculpismo imperante, adesso non ci resta che chiedere scusa a Nerone e a Giuseppe Stalin.
