I PATTI ANTI-MASSONICI

Settant’anni fa, la Conciliazione tra Stato e Chiesa

di Pino Tosca

È meglio mettere subito le mani avanti per non essere fraintesi. Nei rapporti tra comunità politica e Gerarchia cattolica vi può e vi deve essere una reciproca autonomia circa l’esercizio delle legittime competenze. È in tal modo che l’”officio regale” del cristiano ha la possibilità di dispiegarsi responsabilmente. Questo è stato sempre ribadito dal pensiero cattolico: da San Bernardo di Chiaravalle al Concilio Vaticano II (Gaudium et Spes, 76).

Vi è in vece una “autonomia” che, in realtà, è una “separazione” che obbedisce a ben altri principi, del tutto contrappositivi a quelli del Magistero ecclesiale. Ed è quella di stampo illuministico-massonico e secolarista che dal Secolo dei Lumi ha preso piede in tutto il mondo occidentale, riuscendo a corrodere gli stessi Stati che ad essa avrebbero dovuto opporsi. È il caso delle numerose monarchie “infrancesate”: dai primi re borbonici del Regno di Napoli agli Orleans francesi, all’asburgico Giuseppe II, a Isabella e Maria Cristina in Spagna.

In Italia l’accelerazione storica su questa “separazione” conflittuale tra Stato e Chiesa si impose col Risorgimento che, non per nulla, concluse la sua discutibile opera con la breccia di Porta Pia il 20 settembre 1870, giorno in cui ancor oggi la Massoneria dedica la sua festa più importante. Del resto, non bisogna dimenticare che quasi tutti gli artefici e i santoni della cosiddetta “unità nazionale” erano pervasi da violento spirito anticattolico, come ha ben dimostrato uno studio di Cecilia Gatto Trocchi.

La Chiesa fu giudicata dal Potere politico (sia di “destra” che di sinistra) come un corpo estraneo all’assetto del nuovo Stato ed, in ultimo, come “nemico” di esso. E ciò non solo per le vicende storiche che si erano drammaticamente susseguite, ma principalmente perché gli insegnamenti magisteriali (vedi la durissima critica al liberalismo –ripresa oggi dallo stesso Giovanni Paolo II- e al cosiddetto “libero pensiero”) cozzavano frontalmente con le basi culturali dello Stato unitarista. Che, innegabilmente, si strutturava come uno Stato liberal-capitalista e centralista, fortemente condizionato dal potere delle logge massoniche. Solo da qualche anno, grazie anche alle ricerche di Antonio Socci, si sta squarciando il velo sulle durissime persecuzioni anticattoliche esercitate dal “partito piemontese” nel periodo post-unitario.

Tutto ciò veniva giocato sulla pelle del popolo che si trovò in balia di un potere sordo e cieco di fronte alle più elementari istanze sociali che, invece, avevano udienza presso il “passato regime” pre-risorgimentale. Era il tempo (1868) in cui l’anarchico Bakunin (amico di Garibaldi) era costretto a denunciare come “in questo felice regno d’Italia con 25 milioni di abitanti, due soli milioni sono contribuenti… tutti brava gente; hanno una rispettabile posizione sociale, sono elettori, eleggibili e spesso deputati; per essi è fatto il codice civile, l’usciere, il birro ed il gendarme; le scuole, i libri, le scienze, i musei, i teatri, i cavalli ed i cocchi… Ma gli altri 23 milioni di italiani che cosa fanno e che cosa sono? Borghesi e privilegiati, ve la siete fatta mai questa domanda?”.

Mentre lo Stato sabaudo cannoneggiava, con Bava Beccaris, il proletariato milanese, ed il barone Nicotera, già compagno di Pisacane, provvedeva alla durissima repressione dei moti sociali nel Matese, il movimento cattolico (si pensi all’opera di Giuseppe Sacchetti e dello stesso Don Bosco) faceva sorgere ovunque cooperative di base, “oratorii” per l’addestramento al lavoro e l’educazione dei giovani, istituti di assistenza per gli affamati e gli emarginati dallo Stato. Era il primo, grande solco che si creava tra “paese reale” e “paese legale”, tra piazza e palazzo.

Mussolini, che era stato anarchico, mangiapreti e socialista e che, nel 1929, non aveva ancora avuto quella conversione di cui ha parlato padre Eusebio Zappaterreni e don Ennio Innocenti, suppliva però alla sua mancanza di fede con un incredibile intuito politico. Egli capì che la vera “unità nazionale” non poteva prescindere da una “unità di popolo” e che, di conseguenza, una autentica “unità nazional-popolare”, per non ricadere nella criminale astrazione giacobina, doveva fare i conti con le ferite profonde causate dal Risorgimento nei confronti dei cattolici italiani. La Conciliazione fra Stato e Chiesa fu quindi il capolavoro storico-culturale del fascismo, poiché, se è vero che restituì alla Chiesa cattolica molte di quelle prerogative tradizionali che le erano state confiscate, è anche vero che rafforzò enormemente l’unità tra Stato e Popolo (e, quindi, lo stesso regime) mediante il riconoscimento della “coscienza cattolica” di quest’ultimo.

L’affermazione laicista, comune sia al radicalismo di sinistra che al giacobinismo di destra, che il potere democristiano in Italia si consolidò perennemente grazie ai Patti Lateranensi è del tutto gratuita. Si pensi solo che tutti i caporioni democristiani (o “popolari” che dir si voglia) dell’epoca –da De Gasperi a Sturzo, da Ferrari a Donati ed a Jacini- furono contrarissimi ai Patti perché intravedevano in essi ampie concessioni allo Stato fascista. Non solo. Ma è ormai acclarato che la morte della DC originaria (il Partito Popolare) fu decretata proprio dai Patti Lateranensi per cui Mussolini ebbe, in pratica, l’”autorizzazione” vaticana all’eliminazione del partito sturziano.

Il fatto, poi, che taluni intellettuali in camicia nera (Rosai, Settimelli, Chiti) auspicassero uno “svaticanamento” dell’Italia e la denuncia del Concordato, non può far testo. Specialmente se si pensa che gli stessi, privi di senso politico e in preda ad agitazioni paramassoniche, prospettavano grottescamente “la cattura e la condanna dell’italiano rinnegato Achille Ratti e complici”. Questa ristretta cerchia di “fascisti giacobini” non si rendeva conto che l’azione mussoliniana tesa a risolvere la “questione romana” costituiva un tremendo colpo basso alla monarchia sabauda. Infatti, i tentativi fatti da Orlando nel 1919 per giungere ad una parziale ricomposizione dei rapporti con la Santa Sede non giunsero a termine a causa della violenta opposizione di Vittorio Emanuele III.

Perché non parlare, invece, dei tanti fascisti (anche non “omologati” al Regime) che difesero la contestata “connessione” tra Stato e Chiesa? Da Camillo Pelizzi a Francesco Coppola che inneggiava alla “Italia fascista e antimassonica, l’Italia del restaurato ordine romano e cattolico”; da Giorgio Pini a Nino Sammartano che su Critica Fascista scriveva: “Lo Stato, sbattuto dalle democrazie massoniche, si staccò sempre più dalla coscienza cattolica del popolo e la conciliazione fra Chiesa e Stato si rese impossibile… Gli uomini della democrazia non compresero mai la “questione romana” nella sua intima essenza; la trattarono da ‘burocrati’ e la considerarono sempre come una partita in sospeso, la cui chiusura credevano fosse possibile con tanto di dare o con tanto di avere; faceva deficienza in essi, anche nello stesso Crispi, quella coscienza cattolica di cui mostrò di essere riccamente dotato Mussolini fin da quando, iniziando la lotta contro le democrazie, comprese che da Roma una era l’idea universale che si innalzava ad illuminare ed ammonire ancora gli uomini della terra: il cattolicesimo”?

Perché non rileggersi la relazione alla Camera di Mussolini? Citiamo a caso: “Il fascismo faceva una politica religiosa, sanamente religiosa… Giustamente l’onorevole Farinacci ha ricordato che il fascismo fu il primo a proteggere le processioni… Fascisti della prima ora, come l’onorevole Arpinati, figuravano nel Comitato per il Congresso Eucaristico a Bologna… Io pensavo e penso che una Rivoluzione è rivoluzione solo in quanto affronta e risolve i problemi storici di un popolo… La Rivoluzione doveva affrontare questo problema; pena la sua impotenza; e le soluzioni erano queste: o dichiarare abolita la legge delle guarantigie e dire: la rivoluzione fascista considera il Sommo Pontefice alla stregua del supremo moderatore delle Tavole Valdesi o del Gran Rabbino, soluzione assurda e di un rischio enorme; oppure conservare lo status quo, continuare in questa atonia, in questa cronicità esasperante, indegna di una rivoluzione. La terza strada era quella di affrontare il problema in pieno… Col trattato dell’11 febbraio nessun territorio passa alla Città del Vaticano all’infuori di quello che già possiede e che nessuna forza al mondo e nessuna rivoluzione le avrebbe tolto… Abbiamo avuto la fortuna di avere dinanzi a noi un Pontefice veramente italiano. Egli non di dorrà, io credo, se la Camera fascista gli ha tributato questo plauso sincero”.

Perché, infine, non ricordare che tutti i tre progetti di Costituzione della Repubblica Sociale Italiana (e cioè quelli di Spampanato, di Rolandi Ricci e di Biggini) contemplavano il mantenimento (se non il rafforzamento) dei Patti Lateranensi?

E, del resto, in altro ambito, non fu lo stesso Gramsci ad affermare che il Concordato, con la sua introduzione nella vita statale di una gran massa di cattolici come tali, dava un ruolo educatore all’intera società civile? E questo mentre la Concentrazione antifascista di Parigi (un luogo politico infetto da spie e massoni, come denunciò lo stesso partito comunista del tempo) additava nell’11 febbraio “il principio di una lugubre offensiva del papismo contro la società moderna”.

In realtà, se ci si pensa un attimo, l’egemonia democristiana non è stata affatto originata dal Concordato che, anzi, rinsaldava il rapporto tra Stato e ordine civile. Il potere democristiano si struttura, invece, nel triennio 1946/49 con la scelta “americana” e liberista di De Gasperi (che fu, non dimentichiamolo, un oppositore del Concordato), basandosi sulle ambiguità di quella cultura cattolico-liberale e borghese (oggi rivendicata da Cossiga) che osteggiò sempre sia il Fascismo che il Concordato.

La realtà storica è esattamente opposta alle tesi

Se taluni ambienti del Vaticano e della Gerarchia (e non della Chiesa che, in quanto tale, è ben altra realtà) appoggiarono la scelta degasperiana, incanalando il voto verso la DC, è cosa che è legittimo denunciare. Ma ciò non dà il diritto di imputarne retroattivamente la colpa a Mussolini e Pio XI.