PADRE PIO ASPETTA LE VOSTRE SCUSE

di Pino Tosca

Da qualche tempo, il Papa, a nome della Chiesa cattolica, non fa che chiedere scusa. Sembrerebbe che i cattolici non abbiano fatto altro, in duemila anni, che perseguitare a morte ebrei, musulmani, protestanti, indios e quant’altro. Sul Corriere della Sera, un lettore ha invitato con veemenza il Papa a chiedere scusa ai Templari, ai Catari, alle streghe e persino all’innocente Nerone.

Naturalmente siamo di fronte a delle enormità che di storico hanno ben poco. Piuttosto, adesso che ricorre il trentesimo anno della scomparsa di Padre Pio, santo a giusto furor di popolo, Giovanni Paolo II, che pure del frate di S. Giovanni Rotondo è estimatore, non ha nessuna scusa da fare, a nome della Chiesa, per quelle cose indegne che furono inflitte al cappuccino dalle stimmate? Eppure, fior di laici come Enzo Biagi, già un anno fa, invitavano il Vaticano a scusarsi un po’ anche col frate di Pietrelcina.

È in corso il suo processo di beatificazione, è già questo è un miracolo, con la fama di ignorante reazionario che il santo si era guadagnato presso la intellighentzia cattolica dei salotti e delle accademie. Eh già, non dimentichiamo che Padre Pio pare avesse confidato che Mussolini si trovava in Cielo e che non si era certo entusiasmato per il Concilio Vaticano II. Per testimonianza di Padre Pellegrino, suo confratello, e di Don Ricossa, sappiamo “come Padre Pio consigliasse a tutti i Padri conciliari che venivano a trovarlo, di far interrompere il Vaticano II e come egli soffrisse per ogni sia pur minima riforma liturgica”. Né mai disse la Messa in italiano. Dalla sua parte, del resto, erano schierati uomini tutt’altro che “progressisti” come il cardinal Siri e gli scrittori Luciano Cirri, Francobaldo Chiocci e Renzo Allegri, che al santo hanno dedicato i loro libri migliori. Del resto, la severa e documentata rivista “integralista” Sodalitium ha scritto che egli “fu certamente fedele alla Tradizione della Chiesa”.

I guai più grossi, dicevamo, il padre li ebbe dal Vaticano: ispezioni, angherie, divieti. Non protestò mai, non concesse interviste, non fece polemiche; affermava: “E’ il caso che fa l’eroe, ma è il valore di tutti i giorni che fa il giusto”. Subì ben due persecuzioni da parte della Gerarchia. La prima, dal 1922 al 1933, su istigazione del Vescovo di Manfredonia, e la seconda, più violenta, poco prima di morire, dal 1960 al 1965. Nella prima, giocò larga parte Padre Agostino Gemelli, ex comunista, ex fascista, razionalista e medico difensore di quell’orrenda pratica che è la vivisezione. Inviato dal Vaticano ad investigare su Padre Pio, disse che il frate non era un santo ma un isterico, determinando così i futuri anni di ostracismo ecclesiastico contro il santo.

La seconda fu veramente aberrante.  I suoi persecutori ‘cattolici’ furono anche sacrileghi, arrivando a nascondere dei microfoni nel suo confessionale per ascoltare quello che diceva. Gli vietarono di celebrare messa in pubblico e persino di confessare i fedeli. E, diciamolo chiaramente, a tutte queste cattiverie non era estraneo lo stesso Pontefice del tempo, quel Giovanni XXIII che qualche anima bislacca ha poi chiamato ‘il Papa buono’, quasi che gli altri papi fossero stati malvagi.

Il Roncalli non era quel giovialone che si crede. E verso Padre Pio non nutriva certo amore o stima. Nel 1923, passando per Foggia nella sua veste di Direttore delle Opere Missionarie, rifiutò perentoriamente di andare a visitare il padre delle stimmate. Diventato papa, si arrabbiò moltissimo per un servizio della Settimana Incom che tracciava benevoli rapporti tra lui e Padre Pio. Prese carta e penna e scrisse al suo segretario Loris Capovilla “Sarebbe bene che ella scrivesse privatamente da parte mia a Mons. Andrea Ceserano, arc. Di Manfredonia, che quanto viene scritto su Incom di rapporti DI Padre Pio con me è tutto inventato. Io non ebbi mai alcun rapporto con lui… né mai mi passò per la mente di inviargli benedizioni”.

Fu proprio papa Roncalli, inoltre, ad incaricare, il 19 luglio 1960, mons. Carlo Maccari, Assistente dell’Azione Cattolica e poi Arcivescovo emerito di Ancona, di indagare su Padre Pio. Il Maccari, coadiuvato da un “prete allegro”, tale don Giovanni Barberini, si tramutò in un autentico aguzzino del frate.  I nemici del santo furono da costui rafforzati nella loro opera di denigrazione, volta principalmente a mettere le mani sulle offerte che arrivavano a S. Giovanni Rotondo. Ci furono preti che definirono Padre Pio come “il più grande fenomeno di falsità della storia”. Il Maccari si scatenò contro il frate, molto vecchio e ammalato, isolandolo fisicamente persino dai suoi confratelli, vietandogli di celebrare messa in pubblico e di impartire sacramenti. E di tutto ciò veniva puntualmente informato il “papa buono”.

Al fine di suffragare l’indegna accusa di immoralità, si giunse al sacrilegio. Furono difatti piazzati, dai suoi stessi confratelli, microfoni nascosti nel suo confessionale. L’ordine immondo venne da Mons. Terenzi, Parroco del Divino Amore a Roma, con la copertura di Mons. Parente, del Sant’Offizio. C’entrava anche Papa Giovanni in quest’opera indegna? Pare di no. Pur tuttavia, un domenicano tedesco, relatore alla Congregazione per le Cause dei Santi, affermò nel 1986 che Roncalli era esponsabile di quell’azione. Capovilla e Maccari smentirono indignati. Ma Francobaldo Chiocci commentò “Però il Papa sapeva. È incredibile le registrazioni sacrileghe… il Papa non volle ascoltarle, ma arrivarono sino alla sua anticamera”. E Don Francesco Ricossa aggiunse “Giovanni XXIII ‘tollerò’ il sacrilegio, poiché ne era al corrente, non punì i colpevoli e punì, invece, la vittima”.

Quando Padre Pio doveva festeggiare i cinquant’anni di Messa, due altri frati ricevettero il tradizionale telegramma di auguri dal Vaticano, a lui fu invece negato. E gli si negò persino la facoltà d’impartire la benedizione papale, che l’altro papa, Pio XII, gli aveva concesso per due volte., e neppure la pura e semplice benedizione. Del resto, stiamo parlando dell’operato dello stesso Pontefice che, come ha dimostrato Vittorio Messori, giunse persino a “censurare” il Segreto di Fatima.

Lo scrittore Gigliozzi, seguace di Padre Pio e conoscente del Maccari, si incontrò casualmente col monsignore in una chiesa romana e gli riferì che un giorno, vedendo Padre Pio in lacrime, gli disse che avrebbe parlato a tutti i costi col Maccari. Padre Pio gli disse“Parlaci pure. Monsignore è affetto da cardinalite,. Cardinale non lo diverrà mai, ma in Paradiso lo voglio accanto a me”. Nel sentire quelle parole, il Maccari disse soltanto “Così sia”. Sette anni dopo, il Maccari finiva paralizzato per sempre in un letto d’ospedale.

L’anno scorso, cioè trentasette anni dopo quei fatti, prima di morire, mons. Maccari esortava chi gli stava intorno al letto: “Invochiamo Padre Pio che venga in nostro aiuto”. Come ha testimoniato don Almerino Quercetti, segretario personale, confidente e assistente nella lunga malattia del Maccari, costui, sino alla morte avvenuta il 17 aprile del ’97, chiedeva continuamente “l’aiuto del venerato Padre Pio”. Eppure, il prelato, sino al giorno prima dell’incidente stradale che lo coinvolse, era rimasto quello di sempre. Ad un giornalista di Gente che lo aveva intervistato aveva ribadito le sue accuse a Padre Pio ed ai suoi gruppi di preghiera, aggiungendo sarcastico “Se potessero, mi fucilerebbero”. Non è stato necessario. Ha fatto anche questo miracolo, il frate santo. La conversione dei suoi persecutori.

“Guagliò –diceva ironicamente, parlando in dialetto– i santi stanno solo in Paradiso”. Dove è certamente lui in questo momento. Senza le scuse del Papa.