LETTERA AD UN POETA DELLA CLASSE QUARANTA

di Pino Tosca

Ora che anche tu hai attraversato “l’ultimo vecchio ponte” non è possibile lasciarti senza far capire alle persone a noi più vicine cosa la tua presenza di poeta anarchico e aristocratico ha significato per la nostra vita di fascisti “anarchici” e antimoderni.

Con te se ne è andata un pezzo della nostra vita, i nostri anni più belli e più nobili, quelli che ci hanno spinto al rifiuto radicale dell’ordine borghese, al disprezzo per il denaro, alla ricerca di Dio. Quelli che ci hanno fatto affrontare il carcere e gli scontri di piazza, le “ferite per storie d’amore”, le latitanze, gli esili, l’addio ai giovani suicidi.

“La morte verrà all’improvviso” hai profetizzato in una canzone. E così è stato. Anzi, pare che buona parte delle tue duecento poesie siano state da te dedicate alla praeparatio di questo evento unico e irripetibile che segna il passaggio fondamentale dell’avventura umana.

Una delle tue composizioni più “forti” la scrivesti per la morte di un amico suicidatosi, Luigi Tenco, ai cui funerali solo tu eri presente. Gli altri non vollero compromettere la loro carriera artistica con il sangue di uno che si era sparato. Gli dedicasti quella stupenda ode che è Preghiera in Gennaio, e forse la scrivesti pensando anche al tuo destino futuro, quando, proprio in Gennaio, la Vecchia Mietitrice ha falciato la tua vita: “Ascolta la sua voce/ che ormai canta nel vento/ Dio di misericordia, vedrai, sarai contento”.

Oggi tutti scrivono su di te. Il Corriere della Sera ti ha dedicato pagine e pagine, fatte bene anche. I critici famosi, gli articolisti del giorno dopo, i reporters per tutte le stagioni hanno sviscerato tutto. Ma erano tutti commenti stilistici, freddi, dis-umani. Noi la tua morte, come anche la tua vita, l’abbiamo invece sentita nella nostra carne. È stato come se un coltello metafisico ci abbia sfiorato il cuore senza ucciderci.

Tra i tanti ricordi che mi riconducono a te, ce ne è uno molto recente. Quando, dopo trent’anni ho rivisto a Torino alcuni vecchi amici del ‘68, all’epoca anarchici ed oggi militanti di Rifondazione, dopo aver mangiato qualcosa insieme e rievocato i tempi andati, prima di lasciarci abbiamo preso una chitarra e cantato le tue canzoni. Eri riuscito a farci sentire di nuovo “fratelli nella notte”, io fascista e loro comunisti.

Vent’anni fa andai in Sardegna, a riabbracciare Carmine Asunis, il poeta di Europa Civiltà che, come te, ha già salito il “fiorito sentiero” di Dio. Dopo aver ritrovato il Cristo, era ritornato alle sue radici cagliaritane. Erano i giorni in cui tu e Dori Ghezzi eravate nelle mani dei vostri sequestratori. Con Carmine passammo lunghe ore a chiederci: “Siamo nella terra in cui De Andrè è prigioniero. Chissà che farà se ne uscirà vivo”.  Conosciamo il resto della storia. Ti sei comportato anche allora in modo così umanamente contro-corrente da risultare incredibile. Non hai voluto o cercato vendette personali, della giustizia dei tribunali non te ne è fregato niente. Anzi, non solo hai perdonato i tuoi carcerieri ma, addirittura, hai regalato loro sessanta milioni. Tu, figlio dell’alta borghesia genovese, hai scelto gli Ultimi, i disperati, gli emarginati, gli incompresi, i disprezzati. Per questo un sacerdote ti ha paragonato ad un Cristo vagante nel mondo dei proscritti.

Non devo e non voglio scriverti altro, perché le cose più vere su di te le hanno dette chi ti conosceva meglio di noi: “E’ morto da guerriero” ha detto tuo figlio Cristiano. “Era un cavaliere errante -ha detto don Antonio Balletto- votato da sempre alla ricerca dell’oro della dignità umana anche nel fango”. “Da buon combattente ha duellato con la morte fino all’ultimo… aveva un alto sentimento religioso” ha detto Puni, la tua prima moglie. Hanno detto tutto con quelle tre parole così antimoderne: guerriero, cavaliere errante, combattente.

Ti saluto senza dirti né ciao né arrivederci. Ti dico semplicemente addio. E tu sai cosa significa. A Dio.