IL TRICOLORE, BANDIERA MASSONICA

di Pino Tosca

Il 1° settembre 1904 alla Camera francese si verificò un acceso dibattito tra i deputati. Gli incidenti verbali furono provocati da un’affer­mazione pubblica del marchese di Rosando, il quale, rivolto verso i colleghi della sinistra, aveva esclamato: “La Framassoneria ha lavorato in sordina, ma in modo costante, a preparare la Rivoluzione!”. Il deputato Jumel aveva immediatamente repli­cato: “E’ un effetto di cui ci vantia­mo!”. Lo seguirono a ruota, in un crescendo di attacchi enfatici, Ales­sandro Zevaes (“E’ il più grande elogio che potreste farci!”) ed Enrico Michel (“È la ragione per la quale voi ed i vostri amici la detestate!”).

Rosando rispose subito: “Siamo quindi perfettamente d’accordo su questo punto, cioè che la Massoneria è stata la sola autrice della Rivolu­zione, e gli applausi che io raccolgo da sinistra, ed ai quali sono poco abi­tuato, provano. signori, che voi riconoscete con me che essa ha fatto la Rivoluzione francese”. E Jumel, di rimando: “Facciamo più che ricono­scerlo, lo proclamiamo!”.

E così, con questa fiera proclama­zione si chiariva definitivamente un evento storico: e cioè che era stata la Massoneria a volere, finanziare e preparare la Rivoluzione francese. Rivoluzione che, oltre a portarci le delizie delle teste mozzate dallo stru­mento del dottor Guillotin, escogitò e ci impose lo stesso vessillo dietro cui si nascondeva la rabbia sanculotta: la bandiera dei tre colori.

Come ben si sa, le armate rivolu­zionarie, grazie poi al confratello Na­poleone Bonaparte (iniziato ai “mi­steri” massonici sin da quando era semplice tenente) portarono il pro­prio emblema multicolore in ogni parte della vecchia Europa, sotto il comando di generali come Ney, Cambronne, Lefebre  Bernadotte, tutti affiliati alle logge massoniche. Sul sangue dei Lazzari napoletani, dei montanari di Andreas Hofer, dei guerrilleros spagnoli si piantava l’albero della Libertè con in cima la coccarda tricolore.

In Italia fu lo stesso Bonaparte a consegnare il primo stendardo trico­lorato (al blù fu sostituito il verde, colore classico delle logge massoni­che) ad un corpo di volontari della Legione Lombarda, i “Cacciatori del­le Alpi” che, si badi bene, alla faccia dell’indipendenza italica, erano in­quadrati nell’Armata francese. Tanto è vero che al centro di questa ban­diera campeggiava il simbolo stesso dei giacobini francesi: il berretto gri­gio. Inoltre, per mantenere questo suo Corpo di italiani “infrancesati”, Napoleone non seppe far di meglio che saccheggiare e profanare tutte le chiese della penisola che si trovavano sfortunamente sul suo cammino.

Il tricolore venne comunque adot­tato ufficialmente come bandiera di Stato dalla Repubblica Cispadana (altra invenzione napoleonica), riuni­ta a Reggio Emilia il 7gennaio 1797. Mala Repubblica Cispadana (così come quella Cisal­pina) tutto poteva essere tranne che una difesa di “italianità”. Era una re­pubblica massonica a perfetta imita­zione di quella francese, da cui di­pendeva in tutto e per tutto.

Marziano Brignoli, diretto­re delle Raccolte Storiche del Comu­ne di Milano (Museo del Risorgimen­to e Museo di Storia Contempora­nea), non sospetto di simpatie “rea­zionarie”, ha afferma­to che “è chiaro che la nostra ban­diera è nata ad imitazione di quella francese”. Per Brignoli “i nostri tre colori provengono dall’insegna di una setta massonica”. Sarà forse un caso, ma è certo che il bianco, il ros­so e il verde erano anche i colori della setta di affiliazione massonica del ro­magnolo Giuseppe Compagnoni, il segretario della Repubblica Cispa­dana che a Reggio Emilia propose di adottare il tricolore come bandiera del nuovo Stato.

Dalla Repubblica Cispadana, se­guendo la dominazione francese, il tricolore passò poi a quella Cisalpina (12 maggio 1797). Alla caduta della dittatura bonapartista, nel 1814, il tri­colore non solo scomparve ovunque, ma fu generalmente considerato co­me emblema dei collaborazionisti con gli invasori francesi. Si arriverà poi al 1848 ed ai “moti risorgimentali” per veder resuscitare il vessillo pluricolorato, grazie alla complicità delle stesse dinastie anti­bonapartiste (come quella dei Sa­voia) che si “adeguavano” ai tempi, e con il Re Travicello (Carlo Alberto), grande protettore di sette e di logge, rivestendosi coi colori cispadani.

Come si sa, giunse poi l’ora dei “fratelli d’Italia”. “Fratello” massone era infatti Goffredo Mameli (al quale fu addirittura intitolata una Loggia), e come lui massoni di rango furono tut­ti i vari “artefici” del “risorgimento” (voluto da un Piemonte in cui si par­lava più francese che italiano): da Garibaldi (nominato nel 1862 Gran Maestro e Primo Massone d’Italia), a Bixio, a Cavour, a Costantino Nigra, a Bettino Ricasoli, a Ludovico Frapolli, e via dicendo.

Ora, tutti questi fatti non potevano essere certo sconosciuti a due ap­passionati  risorgimentalisti come Spadolini e Craxi. Perché, allora, i due governanti  “filocisalpini” progettarono di istituire per il 12 maggio la “Festa del Tricolore” invece che per il 7 gen­naio, come giustamente rivendicato dalla “cispadana” Reggio Emilia? Possibile che i due politici in questione erano tanto malaccorti da incorrere in un “infortunio culturale” di tale calibro? Certo che no. La verità è che Craxi e Spadolin tentarono di giocare la carta del 12 maggio, per un fatto cul­turalmente (e laicisticamente) molto più rilevante.

Il 12 maggio è infatti la grande data del laicismo trionfante: quella per cui nel 1974 le forze radical-massoni­che sconfissero quelle cattoliche nel referendum sul divorzio. Questo è in­fatti il vero motivo per cui l’accoppia­ta Craxi-Spadolini era più filo-cisalpi­na che filo-cispadana. Dietro la ma­schera della Repubblica tricolorata, le lobby laiciste nascondevano il volto della repubblica divorzista. A questo occulto progetto, i cattoli­ci (o. almeno. alcuni cattolici) non soIo non  seppero opporsi, ma addirittura accondiscesero con entusiasmo.

A costoro ricordiamo che nel 1871 il Conte di Chambord rifiutò di sedere sul trono di Francia, non ac­cettando l’adozione del tricolore co­me bandiera dello Stato francese. “Se il vostro tricolore é un simbolo e voi ci tenete tanto come simbolo, al­lora non si tratta più di riforma, ma di abiura” disse il buon Henry di Cham­bord ai politici del compromesso. Ha proprio ragione Ploncard d’Assac quando scrive che “una delle più grandi abilità della Rivoluzione sta nel trasformare i conflitti d’idee in scontri simbolici”). Ed è proprio su questo che devono riflettere i vari por­tabandiere delle cosiddette “media­zioni culturali”.