CI PAGHINO I DANNI DI GUERRA

A proposito di secessione

di Pino Tosca

Chi ha paura di Bossi? Chi teme il fatidico 15 settembre? Una gran massa di sprovveduti. Perchè, in realtà, quel gioirno non accadrà nulla, tranne che le solite folkloristiche sbronze del Grande Sbronzo padano. Purtroppo, dovremmo dire. Già, perchè, a pensarci bene, sarebbe davvero male se il Sud si liberasse del Grande Fratello-fardello nordista, quello che da centrotrentacinque anni su ingrassa sulla pelle dei terùn?

In realtà, stiamo assistendo a due sceneggiate storiche. Da una parte il Polentone del varesotto che vuole dirottare a Berlino e Bruxelles il suo “grande Dio Po”, dall’altra tutta l’Armata Brancaleone neorisorgimentalista, armata dei tre colori massonici e capeggiata da politici di ogni tinta, con l’immarcescibile zio Oscar, che si sbraca nel mito maggiore dell’Unità. Anzi, della Malaunità, che fu solo una guerra di conquista dei piemontesi. Checchè se ne dica, a noi sudisti non ci passava manco p’a capa, nel 1860, di rinunciare a ciò che avevamo per ubbidire masochisticamente a chi non parlava nemmeno l’italiano, ma il francese.

E sapete perchè? Perchè sotto il Borbone, quello che lo schiavista Gladstone chiamava la “negazione di Dio”, si stava bene, benissimo, in confronto alla “libertà” che ci portò il Gran Maestro massone Peppino Garibaldi e i suoi accoliti Cavour, De Sonnaz, Cosenz, Fumel (tutti fulgidi nomi italiani, come si vede!). Qualche dato?  Sotto Ferdinando II° (Dio guardi!), v’erano meno mendicanti che in Inghilterra e in Francia messi assieme. Le attività criminali erano ridottissime ed il sistema carcerario era all’avanguardia europea, tant’è che il carcere femminile di Aversa era additato quale esempio di redenzione carceraria poichè in realtà era un educandato (il regime del 41 bis e del pentitismo fasullo è opera dei nostri giorni). Il debito pubblico scemava ogni anno (e salì alle stelle coi savoiardi). Le popolazioni conservavano gli usi civici e tutti i diritti sulle terre demaniali. La legislazione napoletana era  indiscussa, tanto che nel 1852 Napoleone III° inviò a Napoli una delegazione di grands commis per studiare le leggi del Regno, le quali, tra l’altro, da un bel pezzo probivano la manomissione della corrispondenza privata e vietavano la tortura giudiziaria, mentre nel “progressista” Piemonte, in quel tempo, la stessa era applicata ferocemente.

Che ci regalarono, allora, insieme alla tanto sbandierata unità, i Quattro della nostrana Apocalisse? Tanto per cominciare lo sterminio dei nostri guerriglieri e delle loro famiglie, attraverso fucilazioni in massa, decapitazioni, impiccagioni, paesi interi rasi al suolo. Prima ancora che entrasse in funzione la famigerata Legge Pica, Pontelandolfo e Casalduni furono ridotti in cenere e sangue. Scrive Alianello : “L’uno e l’altro furono messi a fuoco, casa per casa, mentre un cordone di bravi bersaglieri scelti tiratori circondava e bloccava ogni vicolo, ogni spiazzo, tutte le uscite insomma… Chiunque uscisse da quel cerchio di fuoco o cercasse solo di fuggirne fuori, era abbattuto a fucilate, uomini, donne, vecchi, bambini, ignari o colpevoli, liberali che fossero o partigiani”. A parte queste esercitazioni copiate dalle Colonne Infernali giacobine, ci regalarono poi il dissesto finanziario (il Banco di Napoli fu saccheggiato in un solo giorno), l’emigrazione interna ed estera, la dissocupazione, il latifondismo che scacciava i braccianti dai demani, il blocco del grande progetto ferroviario ferdinandeo, la censura della memoria storica, la “piemontesizzazione” culturale. Insomma tutti i bei contorni della  cosiddetta “questione meridionale”. Che si è modernizzata con gli industriali nordisti che venivano al Sud per fregarsi i soldi degli interventi straordinari e per poi dichiarare fallimento.

Bossi se ne vuole andare con i suoi padani? Va bene. Ma a due condizioni. Primo: deve risarcire i nostri “danni di guerra” che sono tanti, tantissimi, e con tutti gli interessi maturati in ventisei lustri. Secondo:  deve consentire che si faccia un “processo di Norimberga” al contrario; che -cioè- questa volta siano i vinti a giudicare i vincitori e che l’Umberto confessi l’ovvio, cioè che furono i suoi lumbard a  venire a rompere le scatole a noi e non viceversa.

Bossi, per erudirsi un po’ a proposito di leghismo e di federalismo, deve venire a scuola da noi. Infatti, lui non lo sa ma la prima teoria politica sulle “leghe” la si deve al più noto storico borbonico, Giacinto De’ Sivo, che, proprio quando i piemontesi calavano per colonizzarci, scrisse: “L’Italia può essere collegata. Con la lega restano sacri tutti i diritti preesistenti, le autonomie, le leggi, le tradizioni, le consuetudini e i desideri di ciascun popolo… La storia nostra dimostra come sempre per leghe fummo rispettati e salvi… Le confederazioni di piccoli stati non destano gelosie, e vivon vita tranquilla. Sono anzi innocue e rispettate.Ventidue cantoni svizzeri, l’America collegata, trentanove stati germanici, son rimasti collettivi e forti e non tocchi, sino ai giorni presenti”.  Soltanto che “Sin da allora il Piemonte agognava alla conquista, non all’unione, a far da padrone non da  fratello”.

Il Senatur di federalismo non capisce nulla. Intriso anch’egli, come tutti ormai, di liberismo, liberalismo e libertinismo, ha bisogno di leggere Ferdinando Russo, superpoeta borbonico: “Che me vuò dì? Ca simme libberale?/ E addò l’appuoie ‘sta sbafanteria?/ Quanno figlieto chiagne e vò magnà,/ cerca int”a sacca… e dalle ‘a libbertà!”. Capito, Grande Sbronzo?