É TORNATO ALLA CASA DEL PADRE

di Marcello De Angelis

Senatore e giornalista

Non sono bravo a commentare i morti. Solitamente evito di scrivere in prima persona, preferendo un più impersonale “noi”, che forse è una mascheratura, ma in famiglia mi hanno sempre ripreso quando usavo la prima persona singolare come se utilizzarla fosse in sé un peccato di vanità.

Ma, che ci posso fare, Pino era un mio amico e non riuscirei a fare su di lui un discorso politico impersonale né, peggio ancora, uno sproloquio aulico o un’orazione funebre.

Nei mesi che è stato in ospedale, mi sembra cinque, l’ho sentito poche volte. Generalmente al telefono rispondeva qualcun altro e mi diceva che stava riposando o non poteva venire al telefono. Quando gli ho chiesto se potevo andarlo a trovare mi ha risposto che non era il caso di buttare i soldi e che comunque sarebbe tornato a casa la settimana successiva.

Sempre la settimana successiva. Non era vero. Per pudore non voleva farsi vedere immobilizzato su un letto e sciupato dalla malattia. Un problema di dignità, non di vanità.

Quando sono andato alla veglia funebre, il suo corpo era esposto nella sede del Centro Tradizione e Comunità a Modugno, il suo covo, la sua casa, il suo castello.

Un ragazzo del suo gruppo – quella che io chiamo “tribù” – mi ha fermato sulla soglia e mi ha detto che, se non me la sentivo, non era necessario che lo vedessi. E non l’ho fatto.

Per ore ho evitato di guardare nella bara e non mi ci sono avvicinato che quando l’hanno sigillata, per caricarmela sulla spalla. L’unica altra bara che ho portato in vita mia è stata quella di Francesco Cecchin, nel 1979.

Non è stato per vigliaccheria che non ho voluto guardare nella bara, non ho lo stomaco delicato. Non l’ho fatto perché voglio ricordarmi Pino come lo conoscevo, con gli occhi azzurri fiammeggianti e le guance rosse.

Pino era un fratello, quei fratelli che si conoscono prima di nascere e non importa se ad un certo punto se ne vanno, perché tanto si rincontra dopo.

Come diceva lui, non dirò “povero Pino”, perché morire non è disgrazia per chi se ne va, perché la morte non è che un ritorno alla casa del Padre. Poveracci sono quelli che restano.

A Pino stavano antipatiche tre categorie di persone: gli spara-sentenze, quelli che hanno sempre ragione loro, malgrado cambino opinione a ogni stagione, gli estremisti verbali che non fanno nulla di utile e passano il tempo a criticare quello che fanno gli altri, a dire che loro sono più puri, che loro sono più coerenti e tutti gli altri mancano del loro coraggio intellettuale e chissà cos’altro,  i “cretini presuntuosi“, che essendo cretini, o ignoranti, non sono in grado di imparare nulla per cui danno per scontato di sapere tutto meglio degli altri e che quello che non sono in grado di capire semplicemente non è rilevante ed infine, ma più di tutti, quelli che recentemente il Papa ha definito “i furbi e gli arrivisti” ammonendo che “per loro non ci sarà ricompensa nel Regno dei cieli“. Ne conosceva tanti. E quando ci fanno schifo.

Il tempo e le energie a disposizione della vita di un uomo sono limitate, bisogna decidere come investirli.

C’è chi li dedica tutti a sè stesso, per arricchirsi in carriera, soldi, prestigio sociale, e chi li distribuisce a più persone possibili e alla fine per sè non gli resta nulla.

Nella politica si possono realizzare entrambi queste vocazioni. La politica dà il potere, il potere di accrescere il proprio bene o il potere di risolvere i problemi degli altri.

Abbiamo discusso molte volte di questo problema. Io dicevo che le persone oneste hanno il dovere di acquisire il potere di fare il bene e per dotarsi di armi più forti per combattere il male, perché chi non combatte il male si rende strumento del male. Lui rideva e diceva che l’attrazione del potere è troppo forte, che il bene è più forte del male e che solo con la rinuncia totale della ricchezza ed al potere ci si può mantenere puri per poter essere strumenti del bene. Tutti gli altri falliscono.

Eppure, Pino ha dedicato tutta la vita e tutto il suo tempo e le sue energie alla politica, in tutti i contesti esistenti. Ha creato una comunità vera, dove convivono persone di ogni età ed ogni classe sociale.

Nessuno può lasciare nessun altro nella difficoltà e nel bisogno. Chi ha di più deve dare a chi ha di meno, chi ha un lavoro deve dedicare il suo tempo a cercare un lavoro a chi non ce l’ha. Nessuno può vivere nella vergogna del successo lasciando anche uno solo della comunità nella difficoltà o nel bisogno. E l’unica autorità legittima, l’unico capo riconosciuto da tutti è Dio.

Politicamente parlando, io penso quanto Pino fosse sempre il primo e il migliore quando bisogna rompersi la schiena per dissodare il terreno delle coscienze e seminare dubbi e risposte, quando strenuamente difendesse i suoi germogli umani contro le intemperie e contro le tentazioni, ma non riuscivo a capire il perché, ogni volta che arrivava il momento del raccolto si girava schifato, ti mandava a quel paese come per dire “mangiatevelo voi, io non ho bisogno di nulla, ingrassatevi se volete, io ho altro da fare”.

E tornava a zappare la terra per il prossimo raccolto.

Mi hanno raccontato che ha preparato minuziosamente il proprio funerale e ad ognuno ha dato una disposizione su quello che doveva fare. Ha scritto il suo ultimo articolo per Area su Gallian e ha dato disposizioni per inviarlo e per cercare la foto che lo illustrasse.

Ha detto che voleva essere seppellito con jeans perché, quando per la sua passione politica si fece il carcere negli anni Sessanta, chi aveva i jeans era considerato un signore, mentre i poveracci vestivano con gli abiti della “casanza”.

Al figlio maggiore ha detto: “Ricordati che la comunità è tutto, fuori dalla comunità non sei niente, l’individuo è niente…“.

Ha detto ai ragazzi di farsi fare delle camicie verdi, come quelle dei legionari di Codreanu ed è stato accompagnato nell’ultimo viaggio dalle bandiere del Centro Tradizione e Comunità, dai suoi occhiali, dalla terra rossa della strada vecchia di Palese, dall’acqua salata del mare di Palese e dallo scapolare di O.S.B.

Era questo il raccolto che aspettava, l’unico che gli importasse.

Era qui di passaggio, con la nostalgia di chi ricorda ancora la casa del Padre…”dove tutto ha un senso…”.