SIAMO TUTTI UN PO’ ORFANI

di Gianvito Armenise

Scrittore

Ricordare Pino confesso essere un’impresa non semplice sia per lo stato e- motivo che ti impedisce di riordinare le idee e dar loro una forma che rassomigli anche lontanamente a quella di un articolo sia perché Pino è da ricordare sotto molteplici aspetti: giornalistico, letterario, politico, ecc. Non basterebbero migliaia di pagine per rendere l’idea della sua vastissima ed ineguagliabile conoscenza. Ritengo, allo stesso modo che il modo migliore per ricordare Pino sia quello di soffermarsi sul suo aspetto più bello: quello umano. Pino l’amico, si potrebbe dire, sempre pronto a sacrificare le sue giornate per risolvere un problema altrui senza la pretesa o la speranza che venisse ricambiato. Pino è stato colui che ha insegnato a tutti coloro i quali hanno avuto l’onore e la fortuna di conoscerlo, la bellezza e l’elevata spiritualità insita nella gratuità del dono «in un mondo – diceva Pino – in cui predomina il principio del “do ut des”», in cui ti faccio un favore solo se so che mi può ritornare utile.

Pino ho avuto modo di conoscerlo all’incirca sette anni fa e mi colpi subito la bontà, la sincera bontà che traspariva dal suo sguardo limpido e puro e dal candore della sua barba e dei suoi capelli che suscitavano negli interlocutori un epidermico ed istintivo senso di fiducia. Mi colpi la sua voglia di essere a contatto coi giovani, con i ragazzi, di trascorrere e di creare con loro momenti comunitari di ogni specie. Lo conobbi durante i mondiali del ’94 e per lui che non amava il calcio (ma tifava per l’Inter “perché è la squadra per tradizione dei fascisti“, diceva allegramente) le partite erano un modo come un altro per trascorrere due ore insieme e poi si finiva con una cantata e una cena. Il canto e la cena, momenti essenziali della dimensione comunitaria. Ricordo a Casamassella, un anno fa allorché a Pino non andarono giù certi atteggiamenti delle nostre squadre e ci fu un chiarimento leale, sincero, duro. E poi? Finimmo tutti per fare una cantata sotto le stelle, per vede- re se qualcuno di noi aveva ancora l’animo logorato dai rimorsi o dai turbamenti perché Pino ci ha insegnato, come diceva Codreanu che «per cantare occorre un particolare stato d’animo, un’armonia nell’anima nostra. Chi va a rubare non può cantare, e nemmeno chi va a commettere un’ingiustizia o ha l’animo roso dalle passioni e dall’odio per il suo prossimo. Per questo voi, ogni qual volta avrete bi- sogno di orientarvi nel nostro spirito, ritornate alle nostre linee ideali che sono alla base della nostra vita. Ed il canto vi guiderà. Se non potete cantare siate certi che c’è una malattia che vi rode nel profondo del vostro essere spirituale o che il tempo ha macchiato di peccati la purezza della vostra anima; in questo caso, traetevi in disparte e lasciate il vostro posto a quelli che potranno cantare».

Pino mi ha insegnato che la politica ha un senso solo se assume una dimensione spirituale ed ha una valenza verticale che rimanda direttamente all’Altissimo. Era un punto fondamentale sul quale insisteva tantissimo. E prima ancora di fare volantinaggi, riunioni, incontri, alla base di tutto occorre che ci sia l’amicizia fra i componenti di un gruppo. Ci ammoniva dicendo «fate meno volantinaggi e riunioni, ma create prima di tutto tra voi un clima di concordia e di serenità, poi il resto verrà da sé. La politica non è la parte più importante di una comunità, è una delle tante modalità attraverso le quali si opera, ma occorre che dietro ci sia qualcos’altro». Pino nell’amicizia ci credeva, davvero. Forse molte volte, altri ne hanno anche approfittato, ma Pino lasciava correre perché come i grandi uomini era al di sopra e al di là di sentimenti bassi come la ripicca, l’odio, la cattiveria. Ha insegnato che è stupido, inutile, oltreché meschino fare la guerra ad una persona o serbare rancore per tutta la vita verso qualcuno. Ed ogni qualvolta capitavano screzi, litigi, incomprensioni ci ha insegnato, con l’esempio, che occorre sempre sforzarsi di recuperare l’amicizia e di dare a tutti un’altra possibilità.

A Pino devo dire grazie anche perché nel ’96, credo, stavo per lasciare il Centro Tradizione e Comunità da lui fondato perché non condividevo alcune scelte. Pino mi chiamò, mi fece parlare e mi ascoltò con l’atteggiamento paterno di chi è dispiaciuto sinceramente che un proprio figlio abbandoni per incomprensioni la casa patema. Poi mi disse: «Dobbiamo capire ed imparare che non combattiamo e non combatteremo mai per la nostra vanagloria, per noi stessi ma per le nostre idee. Le nostre idee sono quelle a cui dobbiamo fare riferimento. Siamo per la nazione o per la fazione?». Brevi frasi che mi illuminarono e mi fecero capire due cose: la prima che non bisogna mai agire d’istinto o mossi dai sentimenti del momento; la seconda che mi trovavo di fronte un uomo unico che in ogni momento sapeva leggere profondamente nell’animo altrui e, in molti casi, inchiodare ognuno di fronte alle proprie responsabilità in vista di una maturazione interiore.

La cosa che mi piaceva più di ogni altra di Pino era che la superbia, il pavoneggiarsi non erano atteggiamenti o sentimenti che avessero mai trovato un minimo di spazio nel suo animo. Ed altri che si fregiavano di titoli accademici presunti o reali lo facevano. Pino era capace di trattare alla stessa maniera un rampollo di qualche casa reale, un ministro o un uomo semplice della strada. Anzi, a dir la verità, Pino amava di più questi ultimi, perché erano più veri, leali, perché nel patimento e nelle sofferenze quotidiane avevano temprato il carattere e l’animo a sentimenti potenzialmente positivi. «Perché la prima virtù ed il primo crocevia per capire da che parte si sta, diceva Pino, risiedeva nella capacità di rinuncia ai vizi mondani ed al denaro. O di qua o di là».

Adesso che tu non sei più qui materialmente e fisicamente tra noi, la tua mancanza pesa come un macigno. Mancano i tuoi consigli, i tuoi rimproveri, i tuoi sguardi, i tuoi sorrisi, le tue “distrazioni” che tanta ilarità suscitavano. Ci manchi, ma sappiamo che da lassù “come un’aquila e sorridendo alle stelle ed ancor più su” ci guardi, e che se stiamo sbagliando ce lo farai capire.